Sto entrando in letargo? Ultimamente non riesco a guardare un film senza addormentarmi a metà... ok che iniziare a guardarli alle 11 non aiuta, però mi secca. D'estate mi devo forzare ad andare a nanna all'una solo perchè alle 7 poi la sveglia suona, altrimenti leggerei e guarderei film fino forse alle 4! Ah quanto mi piace l'estate.
Non so quanto durerò stasera, ma considerando che ieri sera sono tornato da Milano - dove ero andato a vedere un concerto - alle 2 di notte, credo non molto. Se tra qualche riga doveste leggere qualcosa tipo "sdkwqewxshk" non preoccupatevi, è che ho scapocciato sulla tastiera.
Tisana bollente e un disco di Joni Mitchell, un giusto contrappeso per la serata di ieri (Amorphis e una quantità spropositata di Jack Daniels versato dalla scriteriata -o generosa- barista del locale).
Intanto all tv (accesa col volume a zero) danno Spiderman... non sono un fan del genere supereoistico ma questo film m'è piaciuto parecchio, ricordo che l'avevo visto al cinema.
Quando sono stanco e ho sonno, qundi come adesso, il mio cervello tende a organizzare e a passare in rassegna pensieri e riflessioni in modalità più o meno random. Ad esempio:
Che senso hanno le biciclette elettriche?! Ok, la stragrande maggioranza delle persone usa bici vere, ma nell'ultimo periodo, dalle mie parti, ho notato un drastico aumento nell'utilizzo di quegli aborti a due ruote che a) sono bruttissime da vedere b) di sicuro non aiutano a restare in forma e c) in termini di velocità non vanno molto più forte di una bicicletta standard portata ad andatura normale.
Il target di riferimento, forse è scritto anche sul manuale di istruzioni, è UNTENTE SOVRAPPESO SVOGLIATO SENZA LA BENCHE' MINIMA OMBRA DI GUSTO. Ma forse non è neppure scritto, uno svogliato non lo leggerebbe, gli danno un cd registrato. No, gli danno addirittura un lettore col cd dentro che parte da solo in prossimità di un utente sovrappeso svogliato senza gusto, così non devono fare neppure la fatica di premere play. Si sa mai che si rompano una falange nello sforzo!
Ok, lo dico: ho comprato casa. Un appartamento in una vecchia casa di campagna ristrutturata, che a dirla così fa sicuramente più figo di quello che è, ma a me piace parecchio.
Deve essere per quello che a settembre, prima del rogito, dormivo 4 ore a notte.
A parte il mututo AD AETERNUM stipulato, l'unico problema che vedo al momento è il ragazzino-scimmia-urlatrice che vive nell'appartamento di fronte. Ad ogni modo, una banana alla stricnina e tutto risolto.
Ora la casa è vuota, come pure il portafoglio. Più avanti, spero il prima possibile, farò qualche lavoro di muratura e poi inizierò a pensare concretamente a cucina, camera da letto, ecc., visto che al momento ho solo preventivi. Oppure risolvo tutto con un materasso ikea e un cucinino da campo :-) E cmq all'Ikea ci devo andare, perchè sono 2 mesi che in ufficio mi si sono bruciate tre lampadine che hanno solo loro e che i maledetti non vendono online!
Vorrei vedere i miei più rilassati. Economicamente e lavorativamente non è un bel momento, all'orizzonte non ci sono prospettive rosee e mi devasta vederli così pensierosi...alla loro età dovrebbero raccogliere solo frutti e invece sono li che ancora sono costretti a seminare. Ma la terra è secca e arida. E vorrei fare di più.
Rimanendo nell'ambito delle metafore botaniche, più passa il tempo e più mi rendo conto di quanto sia importante innaffiare. Innaffiare ogni passione, ogni rapporto che allacciamo, ogni desiderio, perchè per crescere e vivere il più possibile (visto che l'eterno pare non essere contemplato) hanno bisogno di impegno, e attenzioni, e cure. Poi alcuni rami secchi li si può anche tagliare eh (vedi qualche post fa, sull'"amicizia"), in teoria ne trarranno giovamento gli altri.
Sarà l'ora, ma mi sento molto zen a scrivere queste fesserie. E comunque il mio ficus non sta benissimo.
Ieri sera, al concerto, un tizio con i capelli lunghi quasi a metà gamba e di nero vestito (non che la gamma cromatica media ad un concerto metal sia tanto più ampia del nero/grigio/rosso sangue/al massimo blue-denim), ha scatenato la mia ilarità per il fatto che indossava delle scenograficissime lenti a contatto bianche. Io capisco la moda, capisco che da buon metallaro devi mettercela tutta per sembrare cupo, pericoloso e quant'altro, capisco gli anfibi al ginocchio e le ragazze vestite con corpetti e pizzo e spalle scoperte a novembre, capisco anche il cicciobombo imbolsito e calvo che si aggirava con passo gommoso per il locale col pastrano 'a la Matrix lungo fino ai piedi.
Ma tu, "ragazzo" quasi quarantenne con le lenti a contatto bianche, piccolo vampiro mancato, sembravi veramente un pistola.
Anche perchè, con tutto il tempo che sei stato al cellulare a scrivere quel messaggio (circa 3 canzoni), il dubbio che con quelle lenti tu non ci vedessi proprio un cazzo è venuto a più di una persona.
Più avanti scriverò un post sugli ultimi film visti, ma questo mi preme consigliarlo in anteprima: Inglorious Basterds di Tarantino. Si lo so che ormai è uscito dalle sale e il consiglio arrivo in ritardo, ma appena esce in DVD il mio consiglio è quello di andare di corsa a comprarlo od affittarlo, merita davvero. E no, non è per "Tarantino fans only". Un caro amico che a cultura cinematografica è fermo a Ben Hur è andato a vederlo su mio consiglio ed è uscito dal cinema entusiasta. Avrebbe aggiunto solo una corsa con le bighe ma vabbè, son gusti. Il monologo iniziale vale da solo il prezzo del biglietto.
Il termine "Zoot suit" indica un tipo d'abbigliamento in voga negli stati uniti nel decennio 1930/1940, indossato principalmente da messicani ("pachucos"), portoricani, italiani e afroamericani.
Eleganti scarpe francesi a punta, solitamente bianche e nere, pantaloni larghi e a vita alta stretti in cintura, giacche molto lunghe e spesso con spalline imbottite, cappello a larghe tese con piuma ornamentale e una lunghissima catena per orologio da taschino che partiva dalla cintura e arrivava fino e oltre il ginocchio.
Una moda nata, si dice, nell'ambiente jazz della Harlem nera verso la fine degli anni 30, per poi diffondersi presso i giovani messicani americani e altre minoranze.
Per intenderci, sono gli abiti che indossavano i cattivi delle novels di Dick Tracy, così come i personaggi di film come The Mask. Probabilmente l'associazione "Zoot-suit/Malavita" è proprio dovuta alla diffusione di quella moda all'interno delle minoranze etcniche dell'America di allora, visto che storicamente il malaffare è proprio in quegli ambienti sociali che tende a svilupparsi.
La foto che vedete qui a fianco, che testimonia comunque la diffusione anche nell'ambiente musicale, è quella di un giovanissimo Cab Calloway in un completo Zoot candido.
Nel 1943, in piena seconda guerra mondiale, una serie di tumulti scoppiati a Los Angeles prese il nome di "Zoot suits riot". Gli scontri, anche molto violenti (ci scappò più di qualche morto) furono tra marinai e marines bianchi di stanza in quella città e i giovani pachucos messicani-americani, ma vennero prese di mira alche le altre minoranze, giusto per non scontentare nessuno.
Quegli abiti lussuosi, portati per le vie dalla città dai già non ben visti pachucos, sembravano agli occhi di quei marines un affronto alla patria e alle difficoltà economiche che il paese stava passando a causa della grande guerra.
Questo mix di patriottiche intenzioni e razzismo ha portato all'esplosione della "Zoot Suit Riot". Ronde di marines entravano nelle case, nei locali e nei cinema frequentati da messicani, neri e filippini, per trascinarli in strada e malmenarli "with a sadistic frenzy", come racconta un testimone oculare - un giornalista - dell'epoca.
I giornali incolpavano i pachucos e la polizia se ne stava con le mani in mano, fino a quando l'esercito stesso, per fermare una situazione che stava diventando sempre meno controllabile, decise di confinare tutti i militari nelle caserme e rendere Los Angeles una zona off-limits. Ciò nonostante, l'esercito definì la posizione dei marinai coinvolti nei tumulti come di "autodifesa".
Ho scoperto questa storia dopo aver ascoltato qualche tempo fa la canzone "Zoot suits riot" dei Cherry Popping Daddies, una band che rispolvera le sonorità tipiche dello swing tra gli anni 30 e i 50.
Il testo della canzone mi aveva incuriosito e ho quindi cercato di scoprire qualcosa di più.
Chi è che sussurra tra gli alberi?
Sono due marinai e sono in congedo
Tubi, catene e fendenti,
Chi è il tuo paparino? Sono io.
p.s: si ringrazia sentitamente wikipedia e qualche altro sito che adesso non ricordo.
p.p.s: Questi Cherry Popping Daddies sono davvero bravini, ma se vi piace il genere c'è un altro gruppo veramente in gamba, e musicalmente secondo me anche più raffinato: si chiamano Big bad voodoo daddy (si, daddy anche loro, deve essere una mania).
Questo è un pezzo tratto da Americana, il loro primo album se non sbaglio. Ottima musica e un video divertente ;-)
Begin the beguine è una canzone di Cole Porter, composta al piano dell'Hotel Ritz di Parigi nel 1935.
L'avevo sentita anni fa, non è che perle del genere le passino molto spesso per radio, e l'ho fortunatamente riscoperta guardando uno dei film più belli che siano capitati sul mio lettore dvd negli ultimi anni: "De-Lovely", una sorta di biopic sull'artista, che ricorda un po' - per l'espediente narrativo usato - il "Canto di Natale" di Dickens.
Un film stupendo, con tanta musica anche se non è propriamente un musical, due attori strepitosi (fantastico Kevin Kline e splendida Ashley Judd) e zeppo di "ospiti" che omaggiano l'opera di Porter intepretando in modo originale e fresco le sue canzoni senza stravolgerle.
Qui sotto trovate il video dell'interpretazione di Sheryl Crow di quella canzone, e sotto il testo tradotto. Non credo di aver mai sentito un testo più dolce e struggente di questo, quindi se ultimamente vi sentite emotivamente fragili, probabilmente questa è una tra le canzoni meno adatte a risollevarvi il morale.
Poi se siete scemi come me, potete leggere e ascoltare comunque la canzone (e rileggere, e riascoltarla di nuovo), ma non mi ritengo responsabile per eventuali tracolli emozionali.
Begin the beguine Composer: Cole Porter - Singer: Sheryl Crow
Quando iniziano a suonare la beguine
mi torna alla mente il suono di una musica tenera,
mi torna alla mente una notte di splendore tropicale,
mi torna alla mente una memoria eterna.
sono con te ancora una volta sotto le stelle,
e giù alla spiaggia un'orchestra sta suonando
e anche le palme sembrano stiano ondeggiando
quando loro iniziano la beguine
E vivere di nuovo il passato è difficile
tranne quando quella musica stringe il mio cuore,
e noi siamo là, a giurarci amore per sempre,
e a prometterci che mai, mai ci lasceremo
che momenti divini, che estasi serena,
fino a quando le nuvole arrivarono a dissolvere le gioie che avevamo provato
ed ora, quando io sento persone maledire un opportunità sprecata,
capisco fin troppo bene ciò che intendono dire
quindi, non lasciare che inizino la beguine,
di anni d'amore, che una volta era un fuoco, rimanere una brace;
lasciali dormire come i desideri morti di cui mi rimane solo il ricordo
quando inizia la beguine.
oh sì, lascia che inizino la beguine, lasciali suonare,
fin che le stelle che erano là sopra tornino su di te
fino a bisbigliare a me una volta di più, "caro io ti amo!"
e noi improvvisamente sapremo di essere in paradiso,
quando inizieranno la beguine
quando inizieranno la beguine.
Testo originale
When they begin the beguine
it brings back the sound of music so tender
it brings back a night of tropical splendor
it brings back a memory of green
I'm with you once more under the stars
and down by the shore
an orchestras playing
and even the palms seem to be swaying
when they begin the beguine
to live it again is past all endeavor
except when that tune clutches my heart
and there we are swearing to love forever
and promising never never to part
a moments divine what rapture serene
to clouds came along to disperse the joys we had tasted
and now when I hear people curse the chance that was wasted
I know but too well what they mean
so dont let them begin the beguine
let the love that was once a fire
remain an ember
let it sleep like the dead desire I only remember
when they begin the beguine
oh yes let them begin the beguine
make them play
til the stars that were there before
return above you
till you whisper to me
once more darling I love you
and we suddenly know what heaven we're in
when they begin the beguine
Nonostante non ami particolarmente la vita "mondana", capita di quando in quando che qualcuno riesca ad incastrarmi e a convincermi a partecipare ad eventi che, solitamente, tendo ad evitare come la peste.
Eventi tipo "Hei ragazzi, ci troviamo tutti davanti al lounge-chillout-sushi-bar in centro a Verona, e poi dritti al locale di Alby che fa un mojito che è una favola, ed è pieno di bella gente. Una volta un tizio mi ha raccontato che ha visto il cugino di secondo grado del cognato di Vieri, giuro! E c'è pure la foto di Corona autografata appesa alla parete!"
Non è incredibile? Corona sa scrivere...
Ecco, di solito ste serate le evito, perchè qualcosa mi dice che potrei finire con l'esaurire tutte le mie scorte di savoir-faire prima delle 10...
Bene, qualche giorno fa una vecchia amica e collaboratrice mi ha convinto ad andare a questa favolosa cena organizzata in un ristorante abbastanza rinomato, in compagnia di ospiti vip e special guests altrettanto vip.
Come ha fatto ad incastrarmi questa amica? Adottando la tecnica del "non ti dico tutto subito, preferisco prenderti alle spalle".
Mossa nr 1: mi ha detto che la cena serviva a raccogliere fondi per una battaglia a sfondo ecologico che sta portando avanti con la sua cara amica VIP made in usa.
Mossa nr 2: ha taciuto il fatto che si trattava di una cena vegan.
Per chi non lo conoscesse, ecco il significato di vegan, tratto da wikipedia.
Il termine veganismo (più raramente detto vegetalianismo) indica una dieta e uno stile di vita che esclude l'uso di prodotti di origine animale come cibo e per qualsiasi altro scopo. Gli aderenti (detti vegani o, con prestito dalla lingua inglese, vegan) rifiutano quindi non solo di nutrirsi di carne e pesce, come i vegetariani, ma anche di latte, latticini, uova e derivati, nonché di acquistare e usare prodotti di qualsiasi genere la cui realizzazione implichi lo sfruttamento diretto di animali.
Quindi se pensavate che stessi parlando dei cattivi di Altas Ufo Robot, ora sapete che vi eravate sbagliati.
Ora, io non ho assolutamente nulla contro i Vegan, così come non ho nulla contro i testimoni di Geova o contro i venditori porta a porta di spazzole per scarpe, ma l'idea di una intera cena a base di erba e foglie non che mi allettasse tantissimo.
La mia amica, oltre al sapermi (e accettarmi) carnivoro devoto, deve aver notato l'espressione sorpresa e sensibilmente schifata della mia faccia, ed subito corsa a ripari elencando una ad una tutte le voci del menù.
E i nomi dei piatti erano effettivamente interessanti: ics in salsa di ipsilon, alfa al profumo di gamma, zeta con ripieno di kappa e contorno di beta saltate al forno.
Forse non sarebbe stato così male.
Arriva il giorno del ricevimento, recupero il completo da latifondista sudamericano, e mi dirigo in auto verso il locale... avevo una fame da lupi, dato che al lavoro non ero riuscito a fare neppure 10 minuti di pausa pranzo.
E intanto che guidavo pensavo: in quell'enoteca ristorante si è sempre mangiato bene... salumi, vini e formaggi da bava alla bocca fino a 3 giorni dopo la degustazione. Certo, ci andavo a mangiare bacche e radici, ma mi convincevo sempre più che sarebbero state bacche e radici buonissime.
Ah che stolto, ah che artista dell'autoillusionismo!
Entrare nei dettagli è inutile, riassumerò quindi solo per sommi capi quella che non esito a definire "la madre di tutte le cene di merda".
1 - Il servizio: tra i peggiori mai visti. L'antipasto è arrivato circa un'ora dopo l'inizio ufficiale della cena, e abbiamo dovuto chiedere ben 3 volte che ci fosse portato quantomeno qualcosa da bere.
L'ordine delle pietanze sul menù era puramente indicativo, perchè lo stato confusionale nel quale si trovavano tutti i camerieri unito ad una molto probabile "ubriacatura di gruppo" avvenuta nelle cucine ha fatto si che i tre primi e i tre secondi diventassero qualcosa tipo "primo-secondo-primo-primo-secondo-sorbetto-secondo".
Secondo me il dolce è arrivato per ultimo solo perchè l'avevano perso.
2 - La qualità dei vini proposti era ignobile. Dopo le pressanti richieste (e sbuffavano, poveri camerieri confusi) ci hanno portato quello che che in origine doveva essere un semplice bianco frizzante e leggero, ma che si è rivelato invece solo vino vecchio e ormai marsalato.
Speravo di rifarmi col rosso. Hanno portato tre bottiglie con etichetta diversa, ma la raffineria dalla quale provenivano doveva essere la stessa... e anche la partita di polvere colorante, scricchiolava sui denti allo stesso identico modo.
3 - Il cibo: come non menzionare il cibo? Impossibile. Il mio primo pensiero, ma anche il secondo, il terzo, ecc, è stato "Dio mio come diamine si fa a mangiare questa roba?". E sostituite pure diamine con qualcosa di meno cinematografico.
Non entrerò in merito sul fatto che trovo il credo vegan abbastanza senza senso, sia dal punto di vista filo-logico che alimentare (non siamo conigli dai, il nostro corpo non può vivere solo di erba, alghe, prugne secche, prosciutto di soia, bistecche di soia, spaghetti di soia, gelato di soia...).
Ma tornando alla cena, il fatto puro è semplice è che ad eccezione dei dolci, non c'era nulla di lontanamente commestibile in tutto il menù.
Cibo insipido, spesso acidulo, mai caldo ma neppure freddo. I pomodori avevano lo stesso sapore del riso che aveva lo stesso sapore dell'involtino che aveva lo stesso sapore del mocio bagnato che ho usato per pulire in ufficio ieri.
4 - L'ospite era simpaticissima e di compagnia, e così pure la mia amica, ma davvero la cosa non bastava ad affievolire il senso di schifo generale. Ero attonito.
5 - Il conto: 35 euro. Non sono certo una follia ma una mia personalissima stima dice che ci sono almeno 34 euro di troppo, in quel conto. Si ok, ho contribuito a salvare la quercia nana, però vaffanculo.
Poco prima di mezzanotte me ne sono andato a casa con uno strano pensiero in mente: quanto sarebbe stato SPLENDIDAMENTE IMMORALE e ANTIVEGAN arrivare a casa, accendere il forno e preparare l'amata, umile, gustosa pizza surgelata con amorevoli dosi di fomaggio, finferli e speck? E una bella birra ghiacciata, naturalmente.
E' notte fonda, e dormo avvolto da una coperta pesante sul divano. Il libro mi è caduto per terra, il bicchiere sul tavolino è vuoto.
Avverto i suoi passi leggeri mentre entra nella stanza, è scalza. La porta del frigorifero si apre per qualche secondo e poi si richiude, ne intravedo il bagliore al di là delle palpebre chiuse. Beve, poi posa il bicchiere. Poi si avvicina a me, lentamente, sento il suo profumo. Mi chiedo cosa indossi in questo momento... un pigiama, una tuta leggera, o forse solo intimo nero. Il cuore batte più forte, darei il mondo per poter aprire gli occhi, per poterla vedere, per poter anche solo sfiorarla, ma so che non posso. Vedrei solo il bicchiere vuoto e il libro rovesciato sul tappeto.
Di giorno mi illudo quasi di riuscirci, ma di notte non posso far nulla per fermare i sogni. Tra non molto è l'alba, sono salvo.
?
"Chi sei tu, che nel buio della notte osi inciampare nei miei più profondi pensieri?" William Shakespeare
Un titolo non mi è venuto... dateglielo voi, se volete :-)
Io e Michele eravamo amici fino dall'infanzia. Poi ci siamo persi di vista per molto, molto tempo, quando per lavoro, dopo l'univeristà, ha deciso di trasferirsi a Milano.
Era bravo, e in pochi anni anni si era guadagnato un ruolo di una certa importanza all'interno di una grossa multinazionale francese, di quelle che non ne hai mai neppure sentito parlare, con interessi nel settore dell'energia, dei diamanti, dell'acqua, delle armi...
Poi si era sposato, e aveva avuto una figlia. Mi mandava una mail di quando in quando, promettendo che un giorno sarebbe passato a trovarmi, dicendo che mi avrebbe fatto conoscere sua moglie (era certo che mi sarebbe piaciuta), e che sua figlia da poco nata era la cosa più bella che gli fosse mai capitata. Poi il silenzio. Quasi 3 anni di silenzio. Tramite amicizie comuni avevo scoperto quello che era accaduto, e ne fui devastato,
L'azienda aveva chiesto a Michele di trasferirsi per qualche mese in Zimbabwe per seguire la nascita di un nuovo progetto. Naturalmente, avrebbe potuto portare con se la sua famiglia, avrebbero abitato in una graziosa villetta all'interno di un ex-residence inglese.
Durante la seconda settimana di permanenza la figlia di Michele si ammalò. Scoprirono così che soffriva di un grave deficit immunitario, e qualcosa nell'aria o nell'acqua di quel luogo aveva scatenato all'interno della piccola una reazione violentissima, qualcosa di molto simile al colera. Arrivarono dottori dall'Europa, ma il giorno prima del trasferimento aereo per Parigi, la bambina morì.
Michele e sua moglie tornarono a casa, e dopo pochi mesi si separarono. Michele cercò rifugio nel superlavoro, in qualcosa che gli tenesse corpo e mente il più possibile impegnati...fu in quel periodo che iniziò a far uso di droga. Cocaina durante la settimana, per resistere a giornate di 16 ore lavorative, ecstasy e merda simile nel fine settimana, quando si rintanava nei night club o nelle lussuose case d'appuntamenti del centro.
Tornò a Mantova 11 anni dopo che era partito. Si presentò logoro e sfatto davanti alla mia porta una mattina di settembre, senza dire una parola. Aveva solo un sorriso amaro che gli increspava gli angoli della bocca. La Jaguar nel parcheggio era ridotta come e peggio dei suoi vestiti, ma probabilmente non puzzava altrettanto.
Entrò, e mi raccontò tutto, inclusi i dettagli che le voci che mi erano arrivate avrebbero potuto riportare. Non lavorava più per la multinazionale, aveva deciso di dare una svolta alla sua vita. Ora faceva il consulente freelance per una compagnia di assicurazioni, ed era felice, si, tutto sommato era felice. Incredibile quante bugie una persona riesca a raccontarsi per sopravvivere, pensai. Pianse parecchio. Io lo guardavo, ma non riuscii a dire una parola. Non mi parlò della droga. Gli dissi che poteva fare una doccia e che potevo prestargli dei vestiti. Non aveva bisogno di vestiti, ma una doccia l'avrebbe fatta... era appena arrivato in città quella mattina, e doveva ancora mettersi alla ricerca di un appartamento.
Gli dissi che non avrebbe fatto fatica, gli appartamenti sfitti erano tantissimi: le nuove leggi razziali avevano costretto cinesi, brasiliani, nordafricani, indiani e la popolazione di colore ad abbandonare le proprie abitazioni, e Mantova - come tante altre piccole cittadine del nord e del centro - si era praticamente svuotata. Girando per le vie del centro, di sera si aveva l'impressione di trovarsi in una città fantasma.
A Milano la sperimentazione doveva ancora partire, il congresso aveva deciso che si sarebbe iniziato dai piccoli centri per poter studiare meglio e in sicurezza gli effetti del Piano. La fase di test era iniziata 2 anni fa, e si sarebbe conclusa l'anno prossimo. L'esodo degli sfollati era gestito dall'esercito e dall'ONU, che organizzavano i trasferimenti verso i paesi del secondo e terzo mondo su grosse navi cargo attrezzate per permettere la sopravvivenza dei passeggeri per tutta la durata del viaggio, che poteva durare parecchie settimane.
Avevo cercato di reperire su internet altre informazioni, ma le norme antiterrorismo sempre più severe avevano da tempo isolato i principali siti di informazione libera. E così ci toccava sorbirci le solite palle sparate a reti unificate dai telegiornali di partito. Things have changed, cantava in una vecchia canzone Bob Dylan... .
Mantova è stata ufficialmente , ma in periferia e nella nuvola di frazioni e piccoli paesi che circondano la città la musica è diversa: da li i "negri" non se ne sono mai realmente andati. Così come i cinesi e i rumeni, e tutti gli altri. La polizia non è ancora riuscita a fare piazza pulita in quei ghetti, o forse non ha mai voluto farlo veramente. Girano molti soldi, da quelle parti, e le forze di polizia non sono certamente famose per la loro rettitudine morale. Case da gioco, bordelli, puttane agli angoli delle strade, bar aperti fino alle 6 del mattino, spacciatori seduti sui gradini delle chiese abbandonate.
Per pochi spiccioli puoi avere tutto quello che vuoi: cocaina tagliata con atropina, una puttana con la sifilide, una coltellata nello stomaco. Tutto quello che vuoi, basta chiedere.
Michele uscì dalla doccia, vestito con un paio di jeans e una camicia recuperata dal baule della Jaguar. Gli chiesi se voleva fermarsi per il pranzo, ma mi disse che doveva iniziare a cercare un posto dove sistemarsi. Ci scambiammo il numero di cellulare, con la promessa di trovarci una sera per bere una birra in un pub del centro. Ci salutammo, e per qualche mese non ebbi più notizie di lui.
Una sera della scorsa settimana stavo uscendo dal supermercato, e lo vidi attraversare di corsa il parcheggio per salire su una vecchia sgangherata Fiesta rossa del 2000, e partire di gran carriera verso la tangenziale che porta fuori città.
Che fine aveva fatto la Jaguar? Aveva la barba di parecchi giorni, e il suo guardaroba non sembrava migliorato dall'ultima volta che l'avevo visto.
Non so cosa mi è preso, ma ho deciso di seguirlo. Ho buttato le due borse della spesa nel baule, acceso il motore, e mi sono tuffato all'inseguimento della Fiesta rossa. Doveva spingere a tavoletta per andare a quella velocità, il vecchio motore urlava tanto che potevo sentirlo dal finestrino aperto della mia auto, nonostante mi tenessi a parecchi metri di distanza per non essere notato. Guidava come un pazzo nel traffico, e per non perderlo ho rischiato quasi due incidenti, ma ce l'ho fatta.
Uscì dalla tangenziale nei pressi di un vecchio megastore abbandonato, e lo seguii a ruota. Poco più in la, le prime luci del ghetto, di uno dei ghetti. Rallentò il passo e aumentai la distanza tra me e lui, senza perderlo d'occhio. Parcheggiò davanti una vecchia casa, di quelle costruite quando i nostri bisnonni erano ancora bambini e giocavano a nascondino nei pioppeti vicino al grande fiume.
Scese e suonò il campanello, qualcuno aprì la porta che subito gli si chiuse alle spalle. Le luci al secondo piano erano accese.
Era una bella serata di metà settembre, fresca e umida ma con una bella luna nel cielo. Me ne stavo seduto in auto, il motore acceso, con gli occhi puntati su quella porta. Non succedeva niente. Le finestre illuminate erano aperte, ma da dove ero io non si riusciva a vedere nulla. 10 minuti, e ancora niente. Forse erano amici, ed era passato a trovarli. Balle, nessuno ha amici da queste parti, mi sono detto: sapevo benissimo cosa l'aveva spinto a venire qui. Non so ancora bene se quello che ho fatto è stato motivato dal reale desiderio di proteggere Michele da se stesso, o se dalla semplice necessità di sfogare il carico di adrenalina accumulato prima nell'inseguimento e poi nell'attesa, fatto sta che ho spento l'auto e sono sceso. La strada era deserta, c'era solo qualche gatto che rovistava nei bidoni delle spazzature stracolmi.
Valutai l'ipotesi di suonare il campanello e di entrare come fossi un normale cliente, ma non sapevo niente di quel posto. Avrei potuto trovarmi una pallottola nel fegato solo per non aver saputo la parola segreta o cazzate del genere, preferivo evitare. E adesso trovo quasi divertente questo mio scrupolo, considerando l'enorme cazzata che avrei comunque fatto di li a pochi minuti.
Sul fianco della casa una vecchia scala antincendio portava fino al secondo piano, sotto una finestra con la luce spenta, forse il bagno.
La scala era rotta e arrugginita, e arrivava a circa 2,5 metri da terra. Per arrivarci dovetti prima salire sul rampicante che avvolgeva fitto parte del muro della casa, pregando che fosse abbastanza robusto.
Dopo aver rischiato di cadere almeno tre volte, riuscii a raggiungere la finestra ed entrare in casa. Effettivamente era il bagno... dal corridoio giungevano voci confuse, riconoscevo però un accento francese imbastardito di un paio di uomini, e la voce di una donna un po' impastata. Bene, da quel momento in poi non avevo più un piano. Non che la prima parte assomigliasse, anche vagamente, ad un piano, comunque.
Starmene li non aveva senso, decisi di entrare in quella che sembrava essere la sala principale. Sul divano rosso in fondo alla stanza, se ne stavano i due algerini che avevo sentito parlare prima. Tranquilli e rilassati, mi guardavano sorridendo. Sulle loro gambe, tenevano laidamente appoggiate due pistole di medio calibro, cromate. "Entra, coglione. E' mezzora che fai un baccano infernale per salire quassù,ormai credevamo che non ce la facessi". Seduto su una poltrona, a sinistra, un energumeno con lineamenti balcanici stava dormendo. Aveva un fucile a canne mozze appoggiato al bracciolo della poltrona.
Quello di destra scoppiò a ridere. Mi guardai attorno. Una bella ragazza con i capelli biondi, vestito da sera, se ne stava mezza coricata su un divanetto con lo sguardo al cielo. Uno specchio con polvere bianca appoggiato sul tavolo vicino, e un laccio emostatico al braccio destro. Una grassona nigeriana gli stava iniettando qualcosa in vena. C'era un bambino di colore, avrà avuto si e no 3 anni, che giocava li vicino con delle costruzioni. Il figlio della grassona, probabilmente.
"Se stai cercando il tuo amico, è nell'altra stanza che se la sta spassando". Entrai nella stanza di destra e vidi Michele coricato su una specie di futon. Gli occhi chiusi, anche lui con un laccio emostatico al braccio e la siringa, vuota, sulle lenzuola. "Ciaoooo, sei venuto a trovarmiiiii" mi disse con voce strascicata. Mi sentii svenire. Una ragazza nuda vicino a lui, si stava preparando una striscia di coca su un piccolo vassoio argentato. "Ciao bello, anche tu dei nostri? Vieni qui con me che ci divertiamo un po'... il tuo amico non si è dato molto da fare per tenermi su di giri stasera".
Non riuscivo a dire niente, non riuscivo a fare niente, ero immobile. C'erano altre stanze in quella casa, una parte del mio cervello si chiese quanta gente si stava uccidendo attorno a me.
Una mano sulla spalla, era uno dei due algerini, quello grosso. "Allora, amico. Ti piace lo spettacolo? Tu che vuoi, ero? Ecstasy? Oppure mdma, speed, ketamina, lsd... no, tu sei più uno da Brown-brown, vero? E mi pianta davanti la faccia la canna della pistola. La polvere da sparo, dico, meglio con la coca che con un proiettile no?
"Sono venuto per prendere il mio amico" La voce mi tremava, cosa cazzo c'ero venuto a fare qui? Sentivo l'adrenalina pompare il sangue nelle vene con una forza incredibile. "Però forse, un po' di mdma prima di andarmene..." E cercai di sorridere. L'algerino mi sorrise di rimando, scoprendo denti bianchi come la ceramica dei cessi degli autogrill.
"Bravo ragazzo, così si ragiona!" E mi diede una pacca sulla spalla. Si infilò la pistola nella cintura, dietro la schiena, e si voltò verso il suo socio chiedendogli dove cazzo aveva messo l'mdma". Presi la pistola e lo spintonai, facendolo cadere bocconi.
Puntai la pistola sull'algerino che se ne stava ancora seduto sul divano. L'ho preso alla sprovvista, la pistola gli è caduta per terra e ora se ne stava con le mani alzate e lo sguardo stupito. Lo slavo seduto sulla poltrona si era svegliato e aveva imbracciato il fucile con un riflesso condizionato, ma aveva l'aveva lasciato subito appena visto la mia pistola spianata.
"State fermi, FERMI!!"
Arretrai verso la stanza dove stava Michele, senza voltarmi e tenendo l'algerino sotto tiro. L'altro era ancora a terra con le mani sulla nuca. "Michele alzati cazzo, andiamo ANDIAMO."
"Nnooooo, io sto bene qui. Hai visto Elisa? E' quella nuda qui di fianco. Ha un culo da favola, non trovi? Lisa, ti presento il mio amico..." La ragazza mi guardava con gli occhi sgranati, il naso ancora sporco di polvere bianca.
Il mio sguardo andava dagli algerini ad Michele e poi di nuovo agli algerini, i miei movimenti erano quasi spastici, me ne rendevo conto. E mi rendevo conto che questo empasse non poteva durare molto a lungo, dovevo andarmene al più presto. Michele mi guardava imbambolato. "Hai una pistooooooola, beeeella!! E' tutta lucida, lucida lucida...." e poi scoppiò a ridere. Ho pensato "Fanculo, stattene qui a crepare, io me ne vado".
Rientrai nella sala principale, tenendo sotto tiro a turno tutti e tre. Il bambino piangeva, la grassona se ne stava a guardami con lo sguardo sornione di quello che tanto dove vuoi che vada.
Trovai la porta che dava sulle scale che portavano all'ingresso, e sempre tenendo la pistola puntata sui 3 pericolosi coglioni, me ne andai. Feci gli scalini due a due, di sopra si stavano muovendo, e sentii il primo sparo appena misi la mano sulla maniglia della porta del piano di sotto.
Corsi come un disperato verso l'auto, l'accesi e misi in moto. I 3 erano scesi, inferociti, uno di loro iniziò a spararmi contro. Le ruote dell'auto si aggrapparono all'asfalto e schizzai come un fulmine verso di loro.
Un proiettile colpì il cofano, poi gli fui sotto e si scansarono di lato. Un altro colpo, a vuoto stavolta. A velocità folle attraversai il ghetto, per arrivare al raccordo che porta alla strada statale. Conosco queste zone come le mie tasche, non avrei avuto problemi a seminarli se avessero deciso di inseguirmi. Cosa che fecero. Giunto sulla statale, vidi nel retrovisore le luci di un grosso fuoristrada avvicinarsi a gran velocità verso di me.
Che cazzo di auto avevano? Ero a tavoletta e continuavano a guadagnare terreno. I paesi lungo la statale sfrecciavano ai miei lati mentre scansavo le auto che ingombravano la strada. Il traffico aveva rallentato gli inseguitori, ma non li avrebbe fermati.
Arrivai nei pressi del ponte che attraversa il Po. A fanali spenti, svoltai a sinistra lungo l'argine che fiancheggia il grande fiume, sperando di non essere visto. La luna illuminava fiocamente l'asfalto, e a velocità ridotta riuscivo a procedere anche senza i fari. Non so come, ma intuirono che avevo preso quella stradina: in pochi secondi i fari del fuoristrada mi illuminarono, uno sparo, il lunotto in frantumi.
Accesi di nuovo i fanali e spinsi il pedale dell'accelleratore fino a toccare il fondo. La strada era piena di curve, e l'asfalto era reso viscido dall'umidità della sera. Faticavo a tenere il controllo dell'auto, ma conoscevo bene queste strade e anticipavo le curve con la stessa lucidità di quando, secoli prima, giocavo ai videogame con mio fratello. Li staccai di qualche centinaio di metri. Poi una transenna: argine interrotto CAZZO!
Sulla sinistra, una strada sterrata scendeva dall'argine inoltrandosi nella campagna, e mi ci infilai senza quasi rallentare la corsa. Il terreno era accidentato, le piogge avevano creato quasi delle voragini in mezzo alla carrettiera. La ruota anteriore destra si infilò in una di queste buche, facendomi perdere il controllo dell'auto. Rumore di vetri in frantumi, lamiere che si contorcono e il ruggito del motore che spingeva ormai a vuoto. L'auto si era cappottata due, tre volte nel campo, evitando di poco i grossi cipressi che fiancheggiavano il viale.
Uscii frastornato e sanguinante: un taglio sul braccio, e il naso mi faceva un male incredibile, ma almeno ero vivo, per adesso. I fari del grosso fuoristrada stavano scendendo dall'argine, tra pochi secondi sarebbero stati qui. Mi allontanai dall'auto, e iniziai a correre tra le sterpaglie. Uno enorme specchio d'acqua davanti a me rifletteva la luce della luna, e una sottile nebbiolina ne offuscava la superficie. Ero esausto, e per una frazione di secondo pensai al mostro della laguna, quello del film in bianco e nero, e me lo figurai uscire da quella risaia limacciosa. Trattenni a fatica una risata isterica. Michele, ma vaffanculo.
I 3 erano scesi dall'auto, li sentivo urlare ma non capivo cosa stessero dicendo.
Nulla di interessante per me credo. O magari si, mi avevano inseguito solo per avvertirmi che la luce della targa non funzionava. Sotto stress il mio cervello elabora solo idiozie, a quanto pare.
Continuavo a correre fiancheggiando la risaia, e forse avevano visto la mia sagoma nera in contrasto con l'acqua e la nebbia rischiarate dalla luna. Spari nella mia direzione, uno, due, tre, quattro. Suoni diversi: la pistola, il fucile a canne mozze, una pistola più grande. Correvo, correvo tanto da non sentire più le gambe. Cambiai strada, prima a destra, poi a sinistra, mi tenevo basso, nel tentativo di seminarli.
Poi di fronte a me, un terrapieno, e oltre il terrapieno una grossa costruzione bianca, alta forse una ventina di metri e delle dimensioni di un piccolo campo da calcio, illuminata da potenti fari. Lo riconobbi, era il vecchio macello per il quale lavorava mio padre anni e anni fa. C'erano camion, li attorno. Alcuni bestiame, alcuni col cassone ermeticamente chiuso. Alcuni camionisti e dipendenti del macello discutevano rilassati davanti all'enorme portone di ingresso. Potevo andare da loro e chiedere aiuto, ma non credevo potesse essere una grande idea. Quelli erano grandi e grossi, ma gli altri erano armati. Avrei solo tardato di qualche decina di secondi la mia esecuzione. Decisi di rimanere nell'ombra, di avvicinarmi al capannone e di intrufolarmi all'interno. Non pensavo sarebbero entrati per cercarmi, e comunque avrei avuto a disposizione molti più nascondigli la dentro che fuori. Senza contare che avrei potuto recuperare un telefono, e chiamare aiuto.
In lontananza sentivo le voci dei 3 inseguitori, si stavano avvicinando... dovevo sbrigarmi ad entrare. Scavalcai il terrapieno e raggiunsi i muro esterno del grosso capannone... girai attorno all'edificio fino a quando trovai una porta di servizio. Era aperta ed entrai.
L'odore di carne macellata era fortissimo, quasi nauseante. Davanti a me, una catena automatica fitta di mezzene squartate si muoveva a intervalli regolari. Start-stop. Start-stop. Andai in un'altra ala del complesso.
Quello che vidi mi fece gelare il sangue nelle vene. Una catena esattamente identica a quella di prima. Ai ganci erano però attaccati esseri umani, o quanto meno quello che ne restava, visto che come per il bestiame erano privi di interiora. Però avevano ancora la pelle. Uomini, donne, quasi tutti di colore, di quando in quando qualche orientale e qualche caucasico. La catena andava avanti, Start-stop-Start-stop, e le teste di quei poveri disgraziati ciondolavano avanti e indietro, come se stessero ballando uno di quegli insulsi balli da capodanno da fare in trenino, con stupidi cappelli in testa e il bicchiere di prosecco da 4 soldi in mano. A sinistra, mucchi di essere umani ancora da "trattare", divisi per colore della pelle e per sesso.
Non riuscivo a credere ai miei occhi, ero pietrificato. Era questo il "Piano di evacuazione"? E le navi cargo, e l'ONU... era tutta una farsa? Cazzo, saranno stati almeno cinquecento, seicento corpi ammassati.
Mi tornarono alla mente le immagini dell'olocausto, in bianco e nero, coi tedeschi che spalavano i cadaveri nelle fosse comuni con le ruspe.
E qui che ci fanno con questi corpi? Cibo per cani, per gatti, per noi altri umani? Mi sono sentito svenire.
Poi uno sparo, e delle urla. Mi sono nascosto dietro una cassa di legno.
"Chi cazzo sono questi 3?"
"Sono armati, attenti!"
"Stiamo cercando una persona, un uomo che secondo noi è entrato qui. Lo troviamo, lo prendiamo e ci leviamo dalle palle, tranquilli, non vogliamo creare casini"
"'Scolta Franco, a te ti sembrano dei nostri ?"
"Haha, a me pare di no"
"Davvero, non facciamo casini, troviamo lo stronzo e ce ne andiamo"
"Voi non andate da nessuna cazzo di parte"
Poi quattro, cinque spari. Rumore di corpi trascinati.
"Mettili sul carrello e portali con gli altri. Guarda se hanno dei soldi nei portafogli che stasera ci andiamo a divertire, e brucia i documenti."
"Haha, dobbiamo chiedere ai capi il premio produzione, tre pezzi di merda in meno per le nostre strade"
"Avresti mai detto che lavorare per l'ONU sarebbe stato così divertente?"
Aspettai un tempo che mi parve infinito, poi quando attorno a me sentii solo silenzio, raggiunsi la porta e scappai.
Non ho mai parlato di questo con nessuno: nel migliore dei casi nessuno mi avrebbe creduto, nel peggiore sarei finito anche io appeso a uno di quei ganci.
L'altra sera, alla TV, davano uno speciale sulle nuove navi cargo realizzate per la seconda fase del Piano. Mi sono messo a ridere, poi a piangere. Menzogne.
Di Michele non seppi mai più nulla. Probabilmente è morto di overdose in qualche merdoso buco del ghetto, ma mentirei se dicessi che me ne importa qualcosa. Things have changed.
Negli anni, come capita penso un po' a tutti, mi è capitato di raccogliere numerose impressioni e pareri riguardanti la mia somiglianza, vera o più verosimilmente presunta, con parecchi personaggi famosi.
Ne elenco qualcuno solo perchè, chi mi ha conosciuto dal vivo, possa farsi qualche grassa risata.
A fianco riporto una mia sintetica valutazione
1) Christopher Lambert (e giuro, la ragazza non era ubriaca)
2) Chuck Norris (E la prova che i miei amici sono stronzi -e invidiosi-)
3) Nick Nolte (Eh? Solo perchè entrambi sembriamo degli orsi?!)
4) James Hetfield (Nel periodo capelli corti, pizzo e occhiali da sole avvolgenti, forse un po' in effetti)
Per ultima tengo una mirabolante new-entry: mi avevano già detto che gli somigliavo (per movenze da yeti, forse), però non ho dato retta al parere fino a qualche sera fa, quando ho visto quell'attore recitare in "State of play", bel film consigliato da una cara amica.
Naturalmente il suo look era studiato per la parte, e rispetto ha me ha almeno (spero haha) una quindicina di chili in più, ma giuro che per un attimo sullo schermo mi è parso di vedere me stesso. E poi sono scoppiato a ridere :D
Il nome dell'attore faccio anche senza riportarlo, no?